domenica 14 dicembre 2008

De universalitate aut finitate universi

L’universo è illimitatamente grande, ma finito. Questa è la mia visione riguardo il cosmo e la sua estensione. Infatti se esso fosse infinito, come molti pensano, la vita stessa perderebbe di senso, in quanto finita (su questo penso siamo tutti d’accordo…). L’infinitezza dell’universo, e la conseguente eternità o per meglio dire acronicità, non può trovare un punto di affinità con quella che è la finitezza, la limitatezza della permanenza dell’uomo nello stesso. Come si può pensare di trovare un senso, in una visione atea, in una vita di cui l’unica cosa certa è che è destinata a finire dopo una manciata di anni? Per spiegare meglio si può ricorrere a un esempio: se in una collezione di cento libri manca il numero cinquanta, possiamo affermare che la collezione, in quanto non completa, perda il suo significato primo (ovviamente a livello puramente astratto), che è quello di una collezione di cento libri. Se i libri sono novantanove, e non cento, la collezione perde di significato, rendendo così il numero cinquanta, così come gli altri, essenziale alla formazione di quell’unicum che è la collezione. Se la collezione fosse invece infinita, la mancanza di un inizio e di una fine, rende privo di senso chiedersi cosa succederebbe se mancasse il numero cinquanta, in quanto esso neanche esisterebbe. Da questo esempio scaturisce una riflessione: già il fatto di appartenere all’universo implica il fatto che quest’ultimo sia finito, poiché solo in una cosa finita, sebbene in continuo rinnovamento, ha senso parlare di “parti essenziali”. Il problema che sorge da una visione dell’universo come finito è “cosa c’è dopo?”. Questa è La Domanda delle domande. In realtà è inutile chiedersi cosa c’è oltre i confini dell’universo finito (senza dimenticare che esso è illimitatamente grande, i confini non sono dietro l’angolo, potrebbero essere tanto lontani da non essere mai raggiunti). Porsi questa domanda è inutile perché in primo luogo non possiamo averne conoscenza diretta, per i motivi di cui sopra, in secondo luogo non possiamo averne conoscenza indiretta, in quanto come noi non possiamo averne conoscenza diretta, nessun altro può averla per noi. In ultimo ciò che vi è al di là è indicibile e impensabile per l’uomo. È utile soffermarsi su quest’ultimo punto: al di là non vi può essere il niente, poiché già lo spazio è il niente, e poiché il niente implica comunque l’essere, seppur nella sua assoluta negatività, in quanto il niente comunque c’è. Non vi può essere qualcosa perché ciò implicherebbe la continuità dell’universo. Allora cosa c’è? L’uomo come già detto non può né dirlo ne pensarlo poiché non esistono nel linguaggio umano parole o concetti che possono esprimere ciò che vi è al di là. In realtà si compie questa impossibilità umana anche nel porre la domanda: chiedendoci cosa c’è implichiamo che ci sia qualcosa, cosa di cui non abbiamo ne mai avremo la certezza. Dico che non potremo mai averne la certezza perché se anche un domani riusciremo ad avere le tecnologia e le capacità per affrontare un viaggio verso l’ignoto, non potremo sapere quando saremo giunti a destinazione, sempre che questa destinazione ci sia. Forse ha ragione Einstain quando dice che l’universo è un enorme sfera, illimitatamente percorribile ma nella quale, pur girando anche per sempre ci si ritroverà sempre nello stesso punto.
Per tutti i motivi elencati si capisce che quanto sia grande l’universo è una domanda che non ha necessità di essere posta, in quanto priva di risposta sicura, sperimentale e incontraddicibile: per trovare risposta al quesito bisogna si può solo procedere razionalmente. Io ho fatto questo e la speculazione mi ha portato alla mia conclusione. L’universo è illimitatamente grande, ma finito.

lunedì 8 dicembre 2008

La leggerezza delle scelte

Parlando della leggerezza nelle sue Lezioni Americane Calvino cita Milan Kundera dicendo che “il suo romanzo L’Insostenibile Leggerezza dell’Essere è in realtà un’amara constatazione dell’Ineluttabile Pesantezza del Vivere. […] Il peso del vivere per Kundera sta in ogni forma di costrizione. […] Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile”. E’ quindi necessario soppesare ogni singola scelta? Ammettiamo di si. Vivendo la quotidianità di tutti i giorni senza scegliere e apprezzare come leggero sarebbe però praticamente impossibile vivere. Questo avverrebbe innanzitutto perché l’individuo si dovrebbe fermare a soppesare ogni singola scelta, ogni situazione che gli si presenta, ogni azione. E poiché di azioni (e non di soli pensieri) è fatta la vita dello stesso, gli sarebbe impossibile agire, essendo il pensiero predominante (anche dal punto di vista temporale) sull’azione. Oltre che sull’azione concreta, ci si dovrebbe fermare a soppesare allora anche l’azione stessa del pensare e del soppesare per giungere a una scelta. L’individuo si troverebbe di fronte a problemi esistenziali troppo grandi per essere affrontati nella quotidianità: qual è il criterio di fondo su cui baso la mia decisione? esso è giusto? ma giusto, significa eticamente giusto? come mai faccio pesare più alcuni aspetti che altri?
L’unica soluzione è agire “di pancia” perché solo agendo sine metafisica cogitatione l’individuo riesce a giungere ad una situazione che gli fa comprendere se abbia sbagliato o abbia percorso la giusta via, e quindi che gli faccia imparare in vista di una futura scelta, per la quale si verificherà la medesima situazione, ma ci sarà una conoscenza di fondo che porterà l’individuo in questione a non sbagliare.